Da: http://www.ilgiornaledellebuonenotizie.it/?p=6710

Come è nata la Sua pista di ricerca nell’area oncologica? Io sono un medico del lavoro, quindi non sono neanche un oncologo tradizionale, ma da moltissimi  anni, fin dalla fine degli anni ’70, m’interesso di cancerogenesi ambientale, cioè dello studio di quegli elementi nell’ambiente che ci circonda che possono causare il cancro. Ero all’Università di Trieste, allora, e mi ero interessato in modo particolare di problemi relativi all’esposizione dell’amianto, che incrociava direttamente l’area del mio lavoro. Lì a Trieste non erano segnalati casi di malattia professionale di mesotelioma della pleura (un tipo di tumore polmonare causato dalle fibre di amianto disperse nell’aria) e a me la cosa sembrava strana: ho fatto una ricerca retrospettiva negli archivi  degli Ospedali Riuniti  e ho trovato ben 120 casi di tumori non diagnosticati, così Trieste è diventata una delle città con la più alta incidenza di mesoteliomi in Italia. Peraltro a Trieste queste ricerche hanno portato dopo alcuni anni a sospendere l’utilizzo dell’amianto sia nei cantieri navali che nel porto, quindi queste indagini hanno avuto un impatto positivo molto importante a livello locale, perché mentre in Italia è andato avanti l’utilizzo dell’amianto ancora per anni, a Trieste l’hanno bloccato completamente molto prima.

Un successo notevole. Si, questo era già un successo, si sono impegnate le organizzazioni sindacali e in pratica hanno fatto un contratto con i cantieri navali di Trieste e Monfalcone e con il Porto di Trieste per non utilizzare più l’amianto. Da allora mi sono interessato di più, in modo approfondito, della cancerogenesi ambientale, e quello che mi aveva colpito erano i diversi effetti che si hanno a seguito della  somministrazione di cancerogeni  durante la gravidanza.

Cioè l’esposizione a fattori di rischio da parte di una donna in gravidanza?Si, andando a studiare la letteratura scientifica internazionale sugli effetti dei cancerogeni in gravidanza mi ero accorto che questi erano la causa di due effetti molto diversi: se si somministrano i  cancerogeni durante l’organogenesi, cioè nel periodo in cui si formano tutti gli organi e apparati del feto, non si riesce mai a indurre tumori nella prole, si inducono solo malformazioni ma non tumori; poi invece, finito l’organogenesi, se si somministrano gli stessi identici fattori cancerogeni si inducono tumori nella prole. Allora la domanda era: ma perché in presenza degli stessi identici fattori cancerogeni prima io induco delle malformazioni e dopo io induco dei veri e propri tumori? Questa domanda me ne generò naturalmente un’altra: che cosa succede durante l’organogenesi? Ebbene, in quel periodo di vita del feto si differenziano tutti gli organi e tutti i tessuti,  cioè da una cellula staminale embrionale totipotente attraverso vari stati di differenziazione si formano tutte le cellule del nostro organismo. Allora mi dissi: vuoi vedere che durante il processo in cui le staminali si differenziano esistono delle sostanze regolatrici che sono in grado di “correggere” il comportamento delle cellule tumorali? La pista di ricerca era assai intrigante, ed è facilissimo intuirne l’importanza: compreso il meccanismo di regolazione, si sarebbe fatto un enorme balzo avanti nella cura di certe forme di tumore…

Quindi è partita da lì, l’intuizione era basata sulla differenziazione delle staminali…Da lì, esatto, questa è stata la storia di questa ricerca, è partita dalla medicina del lavoro, che è il mio campo, e dagli studi sulla carcerogenesi ambientale, e a un certo punto quando ho capito che quella strada poteva essere giusta, non l’ho più abbandonata. A quel punto, bisognava fare tutti gli esperimenti, erano gli inizi degli anni ‘80, stiamo parlando di tempi lontani. Il primo lavoro infatti l’ho poi pubblicato  nell’ ‘88 su “Cancer Letter”, e già parlava in modo chiaro della possibilità di far ritornare i tumori ad un comportamento normale, cioè l’idea originaria è stata proprio sempre quella di “correggere il comportamento” delle cellule tumorali, pensando a queste malattie come malattie in parte reversibili. Questo concetto non era assolutamente accettato, all’epoca, e inoltre io venivo visto in modo anche abbastanza strano perché non ero un oncologo ortodosso.

Immagino che anche questo abbia contribuito all’inizio ad una certa diffidenza…All’inizio è stata molto  difficile, sembrava una specie di  “eresia”, anche se com’è ovvio io non proponevo di curare in modo balzano i tumori, bensì inseguivo una ben precisa pista di ricerca scientifica assai seria, però il nuovo genera sempre diffidenza.

Lei per contro l’ha percepita come una sfida? Si, un po’ come una sfida, mi sentivo dire “Interessante, ma questo medico ricercatore non ha le carte in regola, non è dei nostri”. All’inizio è stato molto, molto difficile. Però naturalmente da lì è partito tutto lo studio dei rapporti fra cellule staminali e cancro, e da lì è partito anche il rapporto con Guna, l’azienda leader in Italia nella ricerca sulle medicine non convenzionali, perché già da allora avevo chiaro che per correggere il comportamento di una cellula tumorale non bastava utilizzare una singola molecola come propone la medicina convenzionale, ma occorreva un network di molecole che potesse correggere il comportamento di queste cellule tumorali. Mi spiego: la mia intuizione, se così possiamo dire, era che le cellule tumorali erano nient’altro che cellule staminali mutate, bloccate in una fase di moltiplicazione compresa fra due stadi di differenziazione cellulare. A loro mancherebbe l’informazione per procedere nel  normale sviluppo e andare avanti nei processi differenziativi. Allora, se noi diamo a queste cellule tumorali le informazioni per procedere nel loro regolare sviluppo, vengono bypassate le mutazioni che sono all’origine della malignità e le cellule tornano a differenziarsi e si normalizzano.

Dottore, questa sarebbe niente meno che la cura per il cancro, si rende conto? Certo che mi rendo conto, ma vorrei frenare gli entusiasmi: tutto ciò è vero per ora solo per certi tipi di cellule, e siamo ancora a livello sperimentale. Tuttavia gli esperimenti sono confortanti, gli esperimenti in vitro che abbiamo fatto hanno dimostrato quanto ho detto al di la di ogni ragionevole dubbio. Abbiamo studiato otto linee di diversi tumori umani, quindi abbiamo trattato linee cellulari di tumori umani con proteine prese da embrioni di Zebrafish (piccoli pesci usati per esperimenti in laboratorio, ndr), abbiamo scelto l’embrione di Zebrafish come modello di studio del differenziamento cellulare. I modelli di studio sono quattro: la Drosophila melanogaster cioè il moscerino della frutta, il Caenorhabditis elegans cioè un verme nematode, lo Xenopus Laevis che è la rana, e il Brachydanio Rerio, che è appunto lo Zebrafish. Fra tutti quello più vicino all’uomo da un punto di vista evolutivo è il Brachydanio Rerio, lo Zebrafish, che ha circa il 95% di proteine simili all’uomo. Quindi con i laboratori di ricerca di Guna, con la Dr.ssa Carluccio e con il Dr. Pizzoccaro avevamo deciso già da allora di studiare in modo preciso lo Zebrafish e loro avevano quindi allestito degli acquari per la ricerca, allevavano questi pesci e io li utilizzavo per gli esperimenti in precisi momenti del differenziamento cellulare, perché naturalmente bisognava conoscere quando le cellule staminali si differenziavano.

Nel momento preciso…Si, nel momento preciso, perché queste proteine non erano sempre attive durante tutto l’arco della vita embrionale, ma solo in precisi momenti. Abbiamo identificato il momento in cui questi fattori di differenziazione erano più evidenti, abbiamo  scelto per esempio  all’inizio la differenziazione delle cellule staminali da totipotenti a pluripotenti, cioè abbiamo scelto il periodo in cui l’embrione era allo stadio di blastocisti anzi di medo blastula gastrula come diremmo noi specialisti, ovvero il momento in cui dalla cellula staminale totipotente si formano tre cellule staminali pluripotenti che sono l’endoderma,  l’ectoderma e  il mesoderma. Questa era la prima fase,  poi andando avanti negli studi abbiamo individuato altre fasi, e alla fine ci siamo resi conto che le fasi di differenziazione delle cellule staminali sono esattamente cinque, e anzi questo studio mi è servito anche per fare un modello di differenziazione cellulare che interpreta in modo molto chiaro come avviene il fenomeno del differenziamento.

Questa ricerca quindi rappresentò un’innovazione, anche già in questa fase iniziale, dico bene? Fu un trovare conferme, innovative per l’epoca, su cose che si sospettavano ma per le quali non vi era ancora una prova scientifica certa. In fondo la vita – pur nella sua complessità – per formarsi utilizza degli algoritmi molto semplici. Ci siamo resi conto che gli stadi di differenziazione come le dicevo sono cinque: da cellula staminale totipotente a pluripotenti, da plutipotenti a multipotenti, da multipotenti a oligopotenti, da oligopotenti a cellule in via di differenziazione definitiva, infine cellule completamente differenziate. Cinque stadi. Se noi pensiamo che per ogni stadio da una cellula progenitore si formano tre cellule figlie, e lo ripetiamo cinque volte, il numero di cellule completamente differenziate da che cosa è dato?  Da una potenza che ha per base 3 ed esponente 5: 3⁵, quindi sono 243 cellule, a cui se noi aggiungiamo le cellule germinative, cioè le cellule sessuali maschili e femminili che si differenziano  per  una via diversa rispetto alle cellule somatiche – queste cellule sessuali sono di 9 tipi – il numero di cellule completamente differenziatesale a 252. Su miliardi di cellule, sa quante sono le cellule del nostro organismo, come tipologia? 252. Quindi con una formula matematica tutto sommato molto semplice noi interpretiamo come si sviluppa  la vita. Allora il problema vero per soluzionare il problema tumori è quello di regolare e differenziare le cellule staminali mutate prima dell’ultima differenziazione definitiva.

Tra la quarta e la quinta differenziazione, quindi? Tra la prima e la seconda, tra la seconda e la terza, eccetera, e in rapporto alla diversa malignità dei tumori noi dobbiamo utilizzare diversi fattori di regolazione, perché tra l’altro con questo modello noi abbiamo interpretato anche quante sono le malattie tumorali, cosa che è facile anche da capire, perché se i tumori sono tutte le cellule staminali che non si sono differenziate, il numero di tumori è dato da 3 + 3² + 3³ + 3⁴  cioè 120 tipi di tumore, a cui se lei somma i tumori dell’ovaio e del testicolo più il coriocarcinoma, il teratocarcinoma e il carcinoma embrionario, siamo a 130 malattie diverse, e per queste 130 malattie diverse lei vede già come ognuna deve essere trattata, perché se lei si trova di fronte a una leucemia a cellule staminali pluripotenti è ben diverso che se si trova di fronte ad una leucemia linfatica cronica dove le cellule sono quelle dell’ultimo stadio di differenziazione. Stadio diverso di differenziazione delle cellule staminali, uguale tipo diverso di tumore, uguale differente strategia terapeutica, sempre però basata sulla “riprogrammazione” delle staminali non differenziate

Si personalizza il trattamento, quindi, in modo ben più marcato che con le attuali terapie d’urto indifferenziate…Si personalizza il trattamento, esatto, molto più di quanto si fa adesso. Cioè, questa prospettiva di regolazione e di riprogrammazione delle cellule staminali tumorali permetterà di arrivare – perlomeno questo è il nostro auspicio – a delle terapie individualizzate del cancro. Ora, tutto questo discorso che allora era fatto quasi esclusivamente solo da me ed era considerato in parte non credibile negli ultimi cinque anni invece ha preso molto piede,  perché è stato dimostrato che la malignità dei tumori è legata alla presenza di cellule staminali tumorali. In pratica si è visto che alla base della malignità dei tumori, ovvero quando i tumori danno luogo a metastasi, essi in molte occasioni sono resistenti alla radio e alla chemioterapia, c’è un gruppo di cellule staminali che non risponde, e che è quello che riperpetua la malattia e non permette la guarigione definitiva. Si ha un miglioramento, e poi si ricade nella malattia. Queste cellule staminali tumorali le hanno trovate in quasi tutti i tumori. Tutti i tumori, in pratica. Man mano che stanno andando avanti con gli studi, abbimo compreso questo. Quindi il primo concetto da cui ero partito è cioè che le cellule tumorali fossero  cellule staminali mutate alterate, è stato acquisito.

E’ stato accettato dalla scienza più ortodossa? Dopo tanti anni, finalmente si, all’inizio del 2005-2006. Mi chiedo quanto tempo abbiamo perso, non seguendo questa pista di ricerca. Comunque quando è uscito il primo lavoro sulla riprogrammazione delle cellule staminali si è capito che si potevano riprogrammare, e contemporaneamente sono iniziati gli studi per verificare se anche le cellule staminali tumorali potevano in qualche modo  essere riprogrammate anch’esse. Adesso si pensa che possano essere riprogrammate, ma probabilmente l’unico serio trattamento di riprogrammazione è quello che abbiamo messo a punto noi, quindi diciamo che recentemente c’è stato questo numero di questa rivista abbastanza importante che si chiama “Current pharmaceutical biotechnology”, lei deve andare sul sito Current pharmaceutical biotechnology, clicca sul volume 12,  numero 2 del febbraio 2011…

Ah, è recentissimo, cosa dice? Effettivamente è appena uscito, lì vede che c’è un numero speciale di cui sono stato il guest editor e che si chiama Reprogramming of normal and cancer stem cells, cioè sulla riprogrammazione delle cellule staminali normali e tumorali, e ci sono quindici articoli, di cui tre fatti anche da me, gli altri sono fatti dal Direttore del Centro Tumore di Tokyo, sono  tutti articoli che dimostrano la possibilità di riprogrammare le cellule staminali normali e le cellule staminali tumorali. Io lì  ho scritto anche un’editoriale che introduce il numero, se lo leggete capite bene il senso, la portata di questo approccio al cancro, lì è spiegato quali sono le prospettive future.

Che era una domanda che volevamo porle, appunto. Il carattere innovativo comunque direi che è già emerso da tutto quello che ha detto Assolutamente, è una visione differente dei tumori, ma nel contempo non balzana, cioè, è basata su ricerca scientifica, non su fantasie. Si ipotizza che i tumori possano essere riprogrammati, quindi l’approccio non è più quello distruttivo, non è più la ricerca di “pallottole intelligenti”, cioè delle singole molecole che possono bloccare il tumore, ma è l’approccio di una strada individualizzata, di una terapia individualizzata di riprogrammazione. In poche parole possiamo dire che la soluzione dei tumori e nei tumori stessi. Da questo punto di vista allora la medicina complementare e non convenzionale può offrire molto, perché chiaramente il paradigma scientifico va cambiato a questo punto: bisogna passare dal paradigma riduzionista a quello della complessità, in quanto quello che si è visto è che non sono importanti i singoli punti e le singole molecole, in quanto le singole molecole danno solo qualche Bit di informazione e invece nel caso della riprogrammazione noi dobbiamo puntare su un network, una rete informativa che riprogrammi e ripristini gli equilibri biologici che sono andati persi. Sono terapie specifiche, come abbiamo detto addirittura individualizzate, ma sono terapie che mirano al microambiente e alla rete di informazione  che interessa l’intero organismo, non alla singola molecola. Questo è già accennato nell’editoriale, che bisogna cambiare il paradigma, per esempio ho fatto tre articoli con l’Università La Sapienza di Roma, in uno studio anche  dimostriamo  che non c’è incompatibilità tra chemioterapia e nostre terapie…

Cioè possono essere complementari? Possono essere complementari, questo è  importante, per un certo periodo bisognerà utilizzare tutti gli approcci integrati al cancro, ma noi abbiamo dimostrato che i nostri fattori di differenziazione aumentano per esempio l’effetto di blocco della crescita tumorale nella contemporanea somministrazione di chemioterapie, per esempio nel tumore del colon, e quindi questo è importante. Un articolo per esempio l’ho fatto con l’Università La Bocconi, all’ Istituto di Matematica, l’Eleusi della Bocconi, e poi con l’Università dell’Aquila, articoli sul modello matematico, per vedere come queste reti informative interagiscano tra di loro, come la rete dei fattori di differenziazione interferisce con la rete delle cellule tumorali e come è possibile regolare il processo di differenziazione, e viene fuori di nuovo questo discorso. Troviamo sempre più conferme, quindi ci saranno degli studi in cui l’ottica sarà spostata dai meccanismi puntuali alle reti neurali,  alle reti del microambiente,  alla rete informativa…

Quindi qual’è la prospettiva di medio periodo? La prospettiva è quella di cambiare l’approccio  e quindi  di utilizzare un approccio complesso: quest’idea si sta già facendo strada nella comunità scientifica.

Quindi proseguono le ricerche in questa direzione? Sì, adesso anche gli ultimi studi sono in questa direzione, vanno a studiare tutte le alterazioni genetiche del cancro. Allora come può essere definita questa terapia basata sui fattori di differenziazione?  La potremmo definire “terapia epigenetica” del cancro, nel senso che è “al di sopra” del DNA e del codice genetico, che è un codice che di per sé non sa fare nulla se non viene programmato e informato da un altro codice che si definisce appunto “epigenetico”, che è determinato da tutta questa rete regolatoria molto complessa e che decide come deve funzionare il codice genetico sottostante, un po’ come il software che controlla l’hardware.  Se io non programmo il computer il computer non sa fare niente di suo, e così il DNA: se lui non è programmato adeguatamente, non è utile alla vita. Nel codice epigenetico c’è il segreto della vita, e anche il segreto della morte, a causa dei tumori.

Quindi voi lavorate su un codice superiore? Epigenetico. Cioè di fatto questi stessi fattori di differenziazione delle cellule staminali sono il codice epigenetico. Perché le cellule staminali si differenziano? Perché e come ricevono queste informazioni, questi fattori che dicono quali geni devono essere spenti, quali geni devono rimanere attivi, quale proteine devono essere sintetizzate?

Quindi è lì che bisogna indagare? E’ come il Direttore d’orchestra… La differenziazione delle cellule staminali è una specifica e selettiva programmazione di queste cellule, per cui alla fine tutte le cellule del nostro corpo alla base hanno tutte lo stesso codice genetico, la differenza tra una cellula del cervello rispetto a una cellula del rene o del fegato è che i geni che sono rimasti attivi e che quindi vanno a sintetizzare le proteine sono selettivamente diversi nel cervello rispetto al rene e rispetto fegato, tutto qui. Il “disco rigido” è sempre uguale, il DNA non cambia, ma il programma di espressione genica quello si che è diverso, i fattori di differenziazione delle cellule staminali sono il programma che decide cosa deve stare spento e cosa deve stare acceso. Quindi nel tumore che cosa succede? Succede che una parte di questo programma che ha “silenziato” i vari geni e l’ha fatta diventare una cellula del cervello per esempio,  viene riattivato. Si sono alterati alcuni geni che sono mutati, le alterazioni più grandi riguardano l’espressione genica, cioè l’attivazione di vari oncogeni, i protoncogeni che producono fattori di crescita e avanti di questo passo, e l’inibizione di oncorepressori, per cui loro continuano a moltiplicarsi. Allora se noi lavoriamo sul programma che ha spento e disattivato quei geni lì, quei protoncogeni, e così via, noi silenziamo il processo, non so se mi spiego. Anche negli studi che stanno facendo adesso, di biologia molecolare, quelli più avanzati, per esempio sul biomastoma multiforme,  per tornare al tumore del cervello, si è visto che ci sono moltissimi geni alterati e moltissimi altri fattori allora sono stati calcolati e individuati: tutti questi geni che sono alterati, tutti i fattori che sono alterati… poi con un programma matematico si è riusciti a capire quali sono i geni “master” cioè quelli più importanti che determinano l’attivazione del processo, quindi si è capito come bisogna intervenire per “spegnere” almeno quei geni che controllano tutti gli altri, perché il processo tumorale è a cascata: i geni dialogano tra di loro, ne deriva un’alterazione complessa… Il cancro è una patologia che richiede un vero e proprio cambio di paradigma, è una malattia molto complessa, non può più essere affrontata con le armi tradizionali, che vanno bene ma in molti casi solo per “limitare” l’evoluzione della malattia, va cambiato tutto l’approccio, ma la difficoltà maggiore per la comprensione di quale sia l’approccio giusto è nelle “abitudini”: finché la medicina rimane agganciata a una visione monomolecolare e puntuale dei  meccanismi, che sono anche importanti da studiare, non riusciremo a inquadrare la questione in una sintesi generale, ci manca ancora una visione d’insieme, e con la mia equipe stiamo in fondo lavorando proprio per questo, per riuscire ad andare a monte, e conquistare una visione d’insieme.

Un quadro più ampio della malattia, e quindi delle possibili terapie oncologiche? O si fa così o se no la malattia non la si vince, l’unica è andare avanti con l’utilizzo di “pallottole intelligenti”, ma così si rischia di non sconfiggere definitivamente la malattia, perché non è l’approccio corretto, così si combatte una guerra che poi rischia di distruggere anche lo stesso organismo, non so se mi spiego.

E in questo momento c’è disponibilità quanto meno al confronto da parte degli specialisti più ortodossi, su queste piste di ricerca innovative? Certo! Adesso sono arrivati a far scrivere a me un numero monografico di una rivista scientifica, ho detto tutto! Ed è una rivista ipertradizionale, indicizzata, non so se mi spiego. Quindi vuol dire che la cosa è cambiata completamente,  anzi, adesso mi stanno chiedendo altre riviste, mi hanno contattato per predisporre altri numeri monografici, alcune sono riviste scientifiche anche molto importanti. L’unico vero problema è il tempo, perché il mio lavoro e le altre ricerche mi assorbono molto, ma certamente questa è una priorità, quando una strada di rivela corretta bisogna proseguire, indagarla ancora…

Quindi è iniziata la fase vera dell’approfondimento, il trovare riscontri definitivi…Sì, oggi nessun ricercatore serie mette più in dubbio che la malignità è legata alle cellule staminali, cosa che sono anni che dico e che avevo ipotizzato molto tempo fa. Sulla possibilità di riprogrammazione hanno fatto scrivere a me l’articolo diciamo di punta, però adesso pian pianino stanno andando avanti su questa strada, sulla riprogrammazione.  Per esempio, in questo numero monografico c’è stato questo Direttore del Centro Tumore di Tokyo che ha fatto un articolo sui patway metabolici che sono comuni alle cellule staminali normali e alle cellule tumorali all’inizio del processo di differenziazione cellulare, quindi il patway metabolico è uno dei più importanti fattori che poi ha un’implicazione molto significativa nei tumor, si vedono tutti i meccanismi molecolari che si alterano nel tumore e quindi le strade per riprogrammare e ricorreggere questi meccanismi… Cioè, la ricerca sta arrivando al punto da riuscire a identificare tutti i patway metabolici normali e i patway metabolici patologici anche nelle cellule tumorali staminali, in modo da capire poi le “correzioni specifiche” che vanno apportate, come vanno impostate, quindi siamo già a questo livello, la strada ora è aperta. Io cerco di essere molto prudente, sono un medico, uno scienziato, ma finora  gli studi che hanno dimostrato che questa terapia funziona in modo non discutibile sono tre studi clinici controllati nel caso di tumore primitivo del fegato, cioè nell’epatocarcinoma, e sono inequivoci. Diciamo che noi abbiamo dimostrato la nostra ipotesi anche con un trend clinico su 180 pazienti, quindi durato 40 mesi: questa terapia può funzionare perché c’è un 20% di regressioni e il 16% di non progressioni, e questi per un tumore grave sono numeri importanti, che fanno riflettere. Non è affatto poco perché erano tumori in fase da intermedia ad avanzata: in quel 20% di regressioni c’erano persone che avevano una speranza di vita certificata di appena 8 mesi, e ora dopo 5 anni sono ancora vivi. A queste persone abbiamo cambiato la vita, e nell’ultimo numero monografico questo del Reprogramming of normal and cancer stem cells c’è un articolo – che io non ho firmato apposta, l’ha fatto l’Università di Milano e la Clinica Humanitas – sui casi di regressione completa del tumore primitivo del fegato trattato con i fattori di differenziazione delle cellule staminali, e i casi di regressione completa sono stati 1 su 7. E non è poco, sto parlando di regressione completa del tumore, non so se mi spiego.

Lei ha la sensazione che la scienza sia a una svolta nella cura integrata dei tumori? Io penso che questa sia una strada estremamente interessante, sarei tentato di dire la “strada giusta”, poi bisognerà trovare negli altri tumori le terapie specifiche: noi non possiamo dire che abbiamo una cura generale per il cancro,  tant’è  che in quel numero speciale Reprogramming of normal and cancer stem cells nell’editoriale io parlo dell’utilizzo dei fattori di differenziazione staminali nel fegato. Ho detto che ogni terapia dev’essere individualizzata, quindi dobbiamo procedere anche con una ricerca individualizzata, ogni tumore avrà la sua cura specifica, ma tutte informate a questo paradigma innovativo.

Quale messaggio vuole lanciare alla comunità scientifica, ai suoi colleghi? Il messaggio più importante è che bisogna cambiare il paradigma scientifico, perché altrimenti non si capisce come affrontare il problema. Quello che ho illustrato è il quadro di riferimento, non è più possibile pensare all’approccio standard di un anticorpo monoclinale. Molti oncologi tradizionali cercano di dare il meglio, ma sono ancora fermi lì, però la ricerca biologica è andata avanti, adesso noi siamo a livello della ricerca di base su questo livello, di qui alla verifica clinica su larga scala passerà ancora un po’ di tempo, ma  le premesse ci sono”.

Pier Mario Biava, medico del lavoro, si è laureato in Medicina nell’Università di Pavia nel 1969, specializzandosi prima in medicina del lavoro all’Università di Padova nel 1972 ed in seguito in igiene all’Università di Trieste. Studia da parecchi anni il rapporto fra cancro e differenziazione cellulare: ha isolato i fattori di differenziazione delle cellule staminali in grado di inibire o rallentare la crescita di vari tipi di tumori umani. Si interessa da anni di cancerogenesi ambientale e delle relazioni che intercorrono tra differenziazione cellulare e cancro Docente per numerosi anni alla Scuola di Specializzazione di Medicina del Lavoro di Trieste.
Pier Mario Biava è primario di Medicina del lavoro presso l’Ospedale di Sesto S. Giovanni (Milano) e docente universitario. Ha fondato l’Istituto Europeo della Complessità, che tiene collegamenti con l’Istituto di Santa Fe, insieme al quale ha organizzato vari convegni intenazionali.
Fa parte dei comitati scientifici di alcune riviste internazionali “Journal of Tumor Marker Oncology”, “International Journal of Modern Cancer Therapy”, e di “Epidemiologia e Prevenzione”.

E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di alcuni libri editi da Feltrinelli e da Bruno Mondadori. E’ Presidente della Fondazione per la Ricerca delle Terapie Biologiche del Cancro e Vice Presidente della Societa’ Scientifica “International Academy of Tumor Marker Oncology”.

RIPROGRAMMIAMO LE CELLULE TUMORALI. Intervista al Dott. PIER MARIO BIAVA